“LOMO LIFE BOOK”: IL FUTURO è ANALOGICO?

9889c7c006bed58a98a9dac76e06c2ecb4c711

Se preferire la pellicola, per un fotografo, ormai è un atto di fede religiosa, come dice il grande Gianni Berengo Gardin («C’è chi crede nella Madonna, io credo nel negativo»), allora i lomografi sono i templari, i dervisci rotanti, i monaci tibetani dell’analogico. Hanno soprattutto un Credo, semplice e condiviso e superiore ad ogni dubbio, che si riassume in un solo icastico versetto: «Non pensare, scatta!». Eppure, quasi tutto quello che oggi fa il successo della fotografia digitale, dei fotofonini, della fotomania dei ragazzini di Twitter e Facebook, crederci o no, è tutto cominciato lì, dentro quella macchina fotografica onesta e dimessa, poco più che un giocattolo, forse l’unica eredità di successo che l’impero sovietico abbia lasciato all’umanità prima di implodere. Michele Smargiassi

In “L’ultimo scatto (e pure sbagliato) dell’impero sovietico” – articolo uscito per il Venerdì di Repubblica (e poi sul blog Fotocrazia col titolo Lomo, il dio analogico e il suo creato digitale”) - Michele Smargiassi descrive con molta efficacia l’universo Lomography, i suoi tratti distintivi e l’influenza che ha avuto sul proliferare della fotografia digitale ai tempi dei social network. Del resto è tempo di bilanci: la Società Lomografica ha da poco festeggiato i suoi primi venti anni di vita ed è uscita una pubblicazione ufficiale  – “Lomo Life” – che ne celebra il compleanno con un doppio volume.